Il contributo sovietico al crollo del nazismo
La lunga marcia dell’Armata Rossa
Da Stalingrado a Berlino
di Beppe Roveti
Si fa un gran parlare dell’impresa degli alleati: lo sbarco in Normandia, le feroci e sanguinose battaglie per cacciare i tedeschi dalla Francia, dai Paesi Bassi, dal Belgio, l’assalto finale alla Germania e la vittoria. Ma spesso si dimentica il determinante contributo sovietico alla fase finale della guerra ed il ruolo dell’Armata Rossa nella capitolazione della Germania.
Mentre gli Alleati stringevano la Germania da ovest, i sovietici l’attaccavano
da est. Presi tra due fuochi, i tedeschi (che avevano deciso di resistere fino
all’ultimo uomo) furono annientati.
Riconquistata Stalingrado, l’Armata Rossa cominciò la sua avanzata che si fermò
a Berlino. Nel gennaio 1945, liberate Ungheria, Romania e Bulgaria, muovendosi
alla velocità di 30/40 KM al giorno, si attestò lungo il fiume Oder, circa 60 KM
a est di Berlino.
La capitale tedesca era difesa da due armate del gruppo “Vistola” e da due
gruppi “Centro”, più gli uomini della guarnigione e quelli della cosiddetta
“armata popolare”, in tutto circa un milione di militari che disponevano di
10.400 tra cannoni e mortai, 1.500 cari armati, 3.300 aerei e più di 3milioni di
cariche anticarro.
I sovietici schieravano 2milioni e mezzo di uomini, 41.000 tra cannoni e mortai,
7.500 velivoli, 6.250 carri armati. Il rapporto di forze, a favore dell’Armata
Rossa, era di 2,5:1 uomini, 4:1 armi e munizioni, 2,3:1 per gli aerei. Un
rapporto che nel corso delle ostilità divenne ancora più favorevole per i
sovietici.
L’offensiva cominciò al calar della notte del 16 aprile e si protrasse fino al
19 quando la linea difensiva tedesca dell’Oder fu sfondata. Il 19, le truppe
sovietiche annientarono anche la linea difensiva sul fiume Neisse ed avanzarono
verso la capitale.
Il 26 aprile cominciò la seconda fase dell’operazione Berlino che i tedeschi
difesero strada per strada, casa per casa ma le truppe sovietiche, aggirando le
fortificazioni e accerchiando il nemico, ebbero sempre la meglio. Il 29 e il 30
aprile, si svolsero gli scontri decisivi per la conquista del settore centrale
della città. Dopo furiosi scontri, i militari sovietici raggiunsero il Reichtag,
la cancelleria del Reich nei cui bunker sotterranei si nascondeva Hitler con i
suoi intimi. La battaglia fu infernale. Il Reichtag era difeso da 5mila soldati
che combattevano con l’accanimento di chi sente prossima la fine.
Dopo aver elaborato irrealizzabili
schemi strategici, dopo aver fantasticato di armi segrete che avrebbero
capovolto le sorti del conflitto,
chino con i suoi fedelissimi sulle carte dello scacchiere bellico immaginando
improbabili spostamenti di truppe e mezzi quasi in un tragico risico, vista
perduta la partita, il 30 aprile, Hitler si suicidò e il suo corpo venne dato
alle fiamme. Prima di morire, il Führer redasse un testamento politico con il
quale designava l’ammiraglio Karl Dönitz
presidente del Reich e capo supremo delle forze armate. Intanto, alcuni
soldati sovietici erano penetrati nel Reichtag e, raggiunto il tetto
dell’edificio, vi issarono la bandiera rossa: era la fine della Germania
nazista.
La trattative per la resa, condotte da Dönitz
e dai suoi plenipotenziari furono, al principio, un po’ pasticciate. In
pratica, Dönitz voleva arrendersi
agli alleati ma proseguire la guerra contro i sovietici.
Una simile eventualità avrebbe portato ad una rottura immediata tra USA e URSS,
ma Eisenhower non cadde nel tranello e chiese la capitolazione su tutti i
fronti.
Dönitz dovette accettare e l’8 maggio, nel sobborgo berlinese di Karlshorst,
alla presenza dei plenipotenziari alleati e sovietici, i tedeschi firmarono la
resa incondizionata.
La seconda guerra mondiale in Europa era terminata.
Il bilancio fu di 71.090.060 morti tra militari e civili.